Traccia

I dati INVALSI mostrano che, a parità di contesto, due classi dello stesso istituto ottengono risultati molto diversi. Alcuni docenti sostengono che dipenda dalla composizione delle classi. Il candidato illustri come procede il dirigente.

Quadro di riferimento

Impostazione della risposta

  1. Leggere l’indicatore giusto: la variabilità fra classi, a parità di contesto, è un segnale organizzativo: indica che la scuola non garantisce lo stesso servizio in tutte le sezioni. È uno dei pochi dati che chiama in causa direttamente la dirigenza.
  2. Verificare la formazione delle classi: se le classi sono state formate con criteri che producono omogeneità interna e disomogeneità reciproca (classi «forti» e «deboli»), il problema nasce lì e va corretto nei criteri deliberati dal Consiglio di istituto.
  3. Verificare le pratiche didattiche: prove comuni, criteri di valutazione condivisi, continuità dei docenti, uso delle compresenze. Senza prove comuni non è possibile distinguere differenze di apprendimento da differenze di valutazione.
  4. Escludere le spiegazioni difensive: «dipende dalla composizione» è verificabile con i dati di contesto restituiti dall’INVALSI; se il contesto è simile, la spiegazione non regge.
  5. Azioni: revisione dei criteri di formazione delle classi, prove comuni, lavoro di dipartimento, assegnazione equilibrata dei docenti, monitoraggio.
  6. Portare i dati in Collegio con un linguaggio non accusatorio ma esplicito: il dato di variabilità è un problema della scuola.

Atti da produrre

Analisi dei dati, revisione dei criteri di formazione delle classi, calendario delle prove comuni, azioni nel PdM, verbali dei dipartimenti.

Errori da evitare

  • Accettare la spiegazione della composizione senza verificarla.
  • Intervenire sui singoli docenti invece che sul sistema.
  • Non correggere i criteri di formazione delle classi.

Collegamenti

criteri-formazione-classi · rav-piano-miglioramento · invalsi